Bones and All (2022) dir. Luca Guadagnino

Bones and All è l’elegia dell’emarginazione. Maren e Lee, ragazzi cannibali, sono solo una parte che rappresenta il tutto dei reietti, dei ripudiati non solo dalla società ma anche dalla famiglia. Rinnegati ma anche traditori, disconoscono l’implicita legge della conservazione del gruppo per abbracciarne una più bestiale: la conservazione del singolo, il soddisfacimento degli istinti e degli impulsi.

Questo, però, non è del tutto vero: anche i cannibali a loro modo costituiscono una comunità, si riconoscono a vicenda, condividono codici linguistici e, almeno a parole, tentano di proteggersi a vicenda. Attraverso Maren e Lee si scopre quindi la realtà dei rapporti umani: una reciproca ricerca di sé attraverso gli altri, gruppi che si richiamano nelle somiglianze e finiscono per aggregarsi, sedimentando linguaggi comuni e tradizioni per sentirsi rappresentati.

Anche i reietti si riuniscono in comunità, e ritrovando la propria esperienza negli altri possono lenire le sofferenze della solitudine e riappropriarsi dell’identità perduta. E’ proprio questo ciò che accade a Maren e Lee: due ragazzi che si trovano per caso ma che nel caso si riconoscono, si comprendono e comprendono se stessi, amano la natura dell’altro e di loro stessi.

Nell’incontro si mescolano le reciproche esistenze, il concetto di emarginato si annulla nell’altro e i nomi si disperdono, un po’ come accade per Elio e Oliver in Chiamami col tuo nome («Parce que c’était lui, parce que c’était moi»). Per Guadagnino l’amore, e la vita umana in generale, si fonda sul riconoscimento.

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